Davanti a me, oggi, convivono epoche diverse: tastiere che raccontano un passato fatto di memoria limitata e creatività senza limiti, e sistemi moderni con cui lavorare su modelli che imparano e generalizzano. In mezzo ci sono io. E lo stesso rito di sempre: accendere una macchina e chiedermi che cosa possiamo fare insieme.

Ricordo ancora l’emozione del mio primo Commodore 64. Poi sono arrivati gli Amiga 600 e 1200, macchine che mi hanno formato profondamente e che, in molti modi, hanno contribuito a definire chi sono. Erano promesse di scoperta, di controllo, di possibilità. Ogni accensione era un piccolo atto di fiducia nel futuro, anche quando quel futuro doveva trovare posto in pochi kilobyte.

Le ho portate con me negli anni. Ho cercato di restituire loro qualcosa di ciò che mi avevano dato, tenendole vive, funzionanti, presenti. A giudicare dal tavolo, ogni tanto il passato viene ancora a trovarmi. E si prende parecchio spazio.

E ogni volta, in quei momenti, mi sembra di tornare bambino. È quello stato mentale raro in cui tutto è ancora possibile, la complessità invita a provare e la curiosità riesce a farsi sentire più della paura di sbagliare. Basta una tastiera familiare per ritrovare quella sensazione.

Oggi il contesto è cambiato radicalmente. Lavoriamo con GPU, modelli neurali e inferenza distribuita. Le dimensioni dei problemi e l’impatto delle tecnologie sono cresciuti. Eppure la sensazione è sorprendentemente simile: quella soglia invisibile tra ciò che già esiste e ciò che aspetta ancora di essere esplorato.

Gli strati di astrazione si sono moltiplicati. Allora mi confrontavo con la memoria e con i vincoli della macchina; oggi lavoro anche con comportamenti, probabilità e risultati che richiedono nuove forme di verifica. L’intenzione resta la stessa: comprendere abbastanza bene il sistema da riuscire a farne qualcosa di significativo.

Ricevere e mettere in funzione una macchina come NVIDIA DGX Spark diventa così un punto di continuità. Fra quelle tastiere e i sistemi di oggi ci sono decenni di evoluzione dell’hardware e di crescita professionale. Il filo che li unisce è ancora la curiosità: il desiderio di capire, di provare, di spingersi un poco più in là.

Cambiano le macchine, aumentano i numeri, si allarga il tavolo. La domanda, in fondo, è sempre quella: «E se provassimo a…?»